| introduzione al DIALETTO ROMANESCO |
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ultimo aggiornamento 12 febbraio 2000 |
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- DITTONGHI E TRITTONGHI
Tre vocali all'interno di una medesima sillaba non sono compatibili con la pronuncia romanesca, che ama i suoni cadenzati, e che quindi interviene sui dittonghi e i trittonghi accorciandoli o alterandoli di conseguenza:
miei
tuoi
suoi
i libri tuoi
i miei parenti
mia o mii
tua o tui
sua o sui
li libbri tua (o li libbri tui)
li parenti mia
Talora la regola viene applicata anche ai plurali nostri e vostri (più per associazione fonetica con i precedenti che per reale difficoltà di pronuncia):
i soldi vostri
i nostri amici
li sordi vostra, ma anche spesso li sordi vostri
l'amichi nostra, e più spesso l'amichi nostri
Altri vocaboli contenenti sillabe con tre vocali, o anche semplicemente il dittongo "...uo...", vengono spesso accorciati eliminando l'ultima vocale prima dell'accento:(si noti come la grafìa romanesca usi in questi casi una ò (con accento grave).
aiuola
puoi
tuoni
aiòla
pòi
tòni
In altri casi il vocabolo viene parzialmente modificato:
bue, buoi
bove, bovi
Alcune volte anche altri dittonghi vengono spezzati, se il loro suono è molto diverso (ad esempio i dittonghi "...au...", "...io...", ecc.), mediante l'inserimento di una consonante:
paura
piòlo
Paolo
pavura
piròlo
Pavolo
Infine, in qualche caso dal dittongo viene rimossa la vocale non accentata:Tuttavia quest'ultimo cambio non avviene spesso, e molti altri vocaboli (ad esempio piede, bianco, fiato, ecc.) restano tali e quali.
miele
mèle
(cfr. anche dopo, CAMBIO DI I CON R)
- LA PRONUNCIA DELLE SILLABE "CE" E "CI"
All'interno delle parole, il gruppo "ce" viene pronunciato in modo scivolato, come "sce", e alcune volte persino scritto come tale:
cena
aceto
piacere
si pronuncia (e talora è scritto)
si pronuncia (e talora è scritto)
si pronuncia (e talora è scritto)
scéna
ascéto
piascére
Anche la sillaba ci ha un suono abbastanza scivolato rispetto a quello che ha in italiano, ma non è mai scritta "sci":
amici
acido
cipolla
amici (ma pronunciato "amisci")
acido (ma pronunciato "ascido")
cipolla (ma pronunciato "scipolla")
Quando ci è da solo (nel senso di "ivi") diventa ce, e il suo suono è un po' meno scivolato del solito: ci stava diventa ce stava (comunque mai scritto sce stava).
Al contrario, il suono di "ce" o "ci" non è quasi affatto scivolato quando la "c" è doppia, a causa della sua pronuncia dialettale:
andarci (-vi)
dicci
se ci veniamo
perché ce lo chiedete?
annacce
dicce
si cce venìmo
perché cce lo chiedete?
- SOSTITUZIONI DI LETTERE E GRUPPI
In molti vocaboli si verificano alcuni cambi di lettera, quando i fonemi di cui fanno parte hanno un suono poco confacente alla pronuncia romanesca.
- cambio di L con R
Nelle parole in cui la lettera "l" precede una consonante, la prima normalmente diviene "r" (sempre pronunciata molto dura e arrotata):
calcio
almeno
falce
alto
carcio
arméno
farce
arto
Ciò vale anche per i monosillabi che terminano in "l":
il
al
quel
col
er
ar
quer
cor
In alcuni casi "l" diventa "r" anche quando è preceduta da una consonante, singola o doppia:
plico
flemma
applicare
prico
fremma
appricare (non sempre)
Tale cambio non avviene mai, invece, se la "l" è doppia: palla, collo, ecc. rimangono tali e quali.
Un'eccezione è costituita dalla parola altro che cambia in antro, con "n", anche se nel romanesco moderno è frequente la forma artro, ecc..
Anche il femminile e i plurali cambiano nello stesso modo:
altro
altra
altri
altre
antro
antra
antri
antre
- cambio di ND con NN e di LD con LL
Questi gruppi cambiano semplicemente per comodità di pronuncia:
quando
andato
mando
altre
quanno
annato
manno
antre
Similmente, caldo di solito diventa callo (ma in accordo al suddetto cambio di "l" con "r" potrebbe di rado diventare cardo ), ecc. Il cambio avviene anche nelle parole composte contenenti "caldo" o "calda":
scaldaletto
riscaldato
caldarroste
scallaletto
riscallato o ariscallato (vedi anche VERBI)
callarroste (anche dette callalésse)
In altri vocaboli, invece, il gruppo "ld" diventa "rd", secondo la regola precedente descritta:
falda
soldi
farda
sòrdi
- cambio di I con E (e viceversa)
In molti monosillabi contenenti la "i", questa diventa "e":
il
di
ti
ci
er (e la "l" cambia anche in "r", secondo quanto sopra)
de
te
ce
Anche i vocaboli dito, dita in romanesco diventano deto, deta.
La "i" cambia in "e" anche nelle seguenti particelle pronominali:
mi
ti
gli
ci
vi
me
te
je (vedi CAMBIO DI GL CON J)
ce (come già detto)
ve
Anche si (pronome riflessivo) diventa se; al contrario, se (condizionale) diventa si:
se si girano
si vendono
sai se viene?
si se ggireno
se vvénneno
sai si vviene?
- cambio di S con Z
Quando un vocabolo comincia con "s" seguita da una vocale, talora prende un suono enfatico e diventa "z" (sempre pronunciata dura, come "ts"), particolarmente quando preceduta da monosillabi terminanti per consonante (er, in):
il soldato
il sugo
sul tetto
er zordato
er zugo
in zur tetto (vedi anche PREPOSIZIONI COMPOSTE)
Questo cambio è l'equivalente per la lettera "s" del rinforzo iniziale che alcuni vocaboli subiscono mediante un effettivo raddoppio di consonante, fenomeno descritto nel paragrafo successivo.
Va sottolineato come l'uso grafico di "z" al posto di "s" sia andato rapidamente affievolendosi, ed è oggi pressoché scomparso, sebbene nel dialetto parlato la pronuncia enfatica sia rimasta intatta.
- cambio di GLI e di LI con J
Per comodità di pronuncia il gruppo "gli" si trasforma in "j" (che, come anche in italiano, è pronunciata come una "i" molto scivolata):
figlia
paglia
gli
consiglio
fija
paja
je (altro monosillabo che cambia "i" con "e")
consijo (o conzijo)
In un numero limitato di vocaboli, anche il gruppo "li" cambia in "j" (quando il suo suono è simile a "gli"):
olio
italiano
ojo
itajano (spesso, ma non sempre)
- cambio di I con R
Nei seguenti gruppi "...aio", "...aia", "...aie", "...ai" (più correttamente "...aii", o "...aî"), la "i" si trasforma in "r":
un paio
portinaî
cucchiaio
macellaio
un paro
portinari
cucchiaro (cfr. anche DITTONGHI E TRITTONGHI)
macellaro
Ci sono tuttavia delle eccezioni: guaio non cambia affatto, saio idem, ecc.
Anche nei gruppi "...iolo", "...iola", "...ioli", "...iole", la "i" diventa "r", ma quasi esclusivamente nei vocaboli che indicano un'attività lavorativa: ad esempio vinaiolo diventa vinarolo. Ma ciò non avviene sempre: ad esempio paiolo rimane tale e quale.
Questa forma in ...rolo, ...rola ecc. è usata molto spesso per vocaboli esprimenti un'attività (particolarmente se lavorativa), anche se il corrispettivo italiano non termina in ...iolo, ecc.:
fruttivendola
pescivendoli
pollivendolo
fruttarola (come dire "fruttaiola")
pesciaroli
pollarolo
Anche alcuni aggettivi denotanti una qualche attività hanno forme in "...olo": ad esempio, cagnarolo è colui che fa cagnara (cioè "rumore, chiasso"), ecc.
- cambio dei gruppi GIO - GIA con CIO - GIO o GGIO - GGIA
In alcuni vocaboli romaneschi, i gruppi "cio" e "cia" (dal suono molto scivolato) prendono il posto dei gruppi "gio" e "gia". Più spesso, però, in assenza di tale corruzione gli stessi gruppi tendono a raddoppiare la prima lettera del gruppo in "ggio" e "ggia".
fagiolo
Ambrogio
bugìa
ma...
fregio
prigione
grigia
faciòlo (pronunciato quasi "fasciòlo")
Ambròcio (pronunciato quasi "Ambròscio")
bucìa (pronunciato quasi "buscìa")
freggio
priggione
griggia
È interessante osservare come l'etimologia del noto vocabolo fròcio, che a Roma (e non solo) ha assunto il significato di "omosessuale", secondo diversi autori deriverebbe da "frogia", ovvero "narice", secondo la medesima corruzione fonetica. Il perché di tale curiosa associazione anatomica è fatto risalire agli esponenti della Guardia Svizzera del papa (ovvero i "giannizzeri" o "sguizzeri", non troppo benvoluti dai romani), nei cui tratti somatici le narici sono spesso più larghe di quelle mediterranee, e le cui tendenze sessuali erano ...messe in discussione dal volgo nostrano, come traspare dal sonetto di G.G.Belli La pisciata.
Se gli stessi gruppi sono preceduti da una consonante, non si verifica alcun cambio: "marcio", "ascia", "laccio", ecc. rimangono invariati. Solo i vocaboli in cui tale lettera è "n" ("...ngio", "...ngia") configurano i casi descritti nel paragrafo seguente.
- inversione di NG
Il gruppo "ng" seguito dalla "i" o dalla "e" spesso si inverte diventando "gn", talora rinforzato in "ggn":
piange
spingeva
stringete
piagne (o piaggne)
spigneva
strignete
Quando "ng" è seguito da "i" or "hi", questi ultimi si perdono:
mangiata
stringi
unghie
magnata (o maggnata)
strigni(o striggni)
uggne (o più spesso oggne)
Se invece è seguito da altre vocali o altri gruppi, non cambia: vanga rimane com'è, e Ungheria diventa Ungaria (ma "ng" rimane tale).
- cambio di UO con O
Come sopra, il gruppo "uo" è troppo...difficile per i romani, che lo contraggono in "o":
cuore
buono
uovo
vuoto
core
bono
ovo
vòto
In tutti questi vocaboli la lettera "o" si pronuncia molto aperta: si usa la ò con accento grave, per distinguere quelle forme che, con la ó acuta, abbiano un secondo significato (per esempio vòto ~ vóto, ecc.).
Il cambio non avviene nei monosillabi, come tuo e suo, che restano invariati (ma solo se non sono seguiti dall'oggetto o dalla persona posseduti, cfr. il paragrafo ELISIONI).
- cambio di O con U (e viceversa)
In un certo numero di casi, se in italiano la "o" è molto stretta, in romanesco diventa "u":
non
foglietta (tipica misura di vino)
giocare
nun
fujetta (notare il cambio di "gl" con "j")
giucà (oggi è più usato giocà)
In altri casi accade l'opposto:
fungo
unghia
fongo
ogna od oggna (si noti il cambio di "nghi" con "ggn")
- cambio di R con una consonante (raddoppiata)
Quando la "r" è l'ultima lettera di un verbo all'infinito seguito da una particella pronominale ("mi", "ti", "lo", "la", "ci", "vi", "li", "le") o riflessiva ("si"), questa si trasforma di solito nella prima consonante della particella, che viene così raddoppiata:
vederti
portarlo
costruirci
vedette ("ti" diventa "te")
portallo
costruicce ("ci" diventa "ce")
Solo nel caso in cui la particella che segue il verbo sia gli, le o loro (il cui corrispondente romano è per tutte je), la "j" non viene raddoppiata ma il suo suono è forte, pronunciato come se la "j" fosse doppia:
costruirgli
portarle
dar loro
costruije
portaje
daje
Un'altra eccezione è rappresentata dai verbi della seconda coniugazione con accento sulla terzultima sillaba, come prendere, spingere, cuocere, stringere, credere, ecc. ecc., ma anche quei pochi verbi che in romanesco "spostano" l'accento della forma italiana (ad esempio: bere , che per i romani diventa beve, dalla forma arcaica bévere). Tutti questi verbi perdono semplicemente la "r" senza raddoppiare la consonante:
prenderla
crederci
bersi
prendela
credece (si noti un altro cambio di "ci" in "ce")
bévese (con cambio simile al precedente)
QUADRO SINOTTICO DELLE PRINCIPALI SOSTITUZIONI
sostituzione da L ad R
da I ad E
da S a Z
da ND a NN
da GLI o LI a J
da I ad R
da GIO - GIA a CIO - CIA
da GIO - GIA a GGIO - GGIA
da NG a GN
da UO a O
da O ad U (e vv.)
da R a doppia consonante
salto
vi
penso
mandato
quaglia
carbonaio
fagiolo
fagiano
attinge
cuoco
non
lavarle
sarto
ve
penzo
mannato
quaja
carbonaro
faciòlo
faggiano
attigne
còco
nun
lavalle